Elenco blog personale

lunedì 29 febbraio 2016

Petali, quadri e ... Anna



Petali, quadri  e …Anna.


Mancava una manciata di minuti allo scoccare della mezzanotte.
La casa era ancora pervasa dal profumo che fiori ricevuti, candidi e funerei, emanavano.
Petali sparsi come sussurri dell’anima, un ultimo saluto a colmare quel vuoto, simile a una voragine, che lei amava raccogliere e far seccare, per comporre quadri meravigliosi.
Gli occhi arrossati, da fiumi di lacrime versate, a causa della scomparsa di mia madre, vagavo senza méta su e giù per questa casa, dove avevamo trascorso insieme gli ultimi anni della sua esistenza e dove siamo state vicine e unite, come mai in nessun altro luogo.
Vuota, mi sentivo assolutamente persa, non trovavo pace e vagavo alla ricerca di lei, che aveva colmato questi spazi delle sue sofferenze, delle sue allucinazioni, della sua voce.
Pensare che tutto si concludesse così per me era diventato inaccettabile.
Lungo le pareti di casa, sfoggiavo un cospicuo numero di quadri tutti dipinti da lei: Anna.
Mi parlavano attraverso i loro silenzi, i colori e sulle loro immagini, rifletteva il mio volto annichilito attraverso il vetro, che mi separava dal tocco concreto delle sue mani.
Immagini sovrapposte che mi infastidivano, quasi il riflesso fosse una sorta di coscienza, che non volevo guardare, per non alimentare rimorsi e sensi di colpa.
Così, d’improvviso, mi si posò lo sguardo su di una stampa antica, acquistata ai bagliori degli anni sessanta, presso un antiquario del centro di Torino.
Non particolarmente grande e contornata come usava a quei tempi, con una cornice tonda e sottile, anticata da riflessi oro e rosso scuro.
L’immagine è racchiusa in un passepartout panna, un cartoncino crema, posto dentro intorno al dipinto, per dare risalto al soggetto del quadro: sì, perché è ancora lì, nel medesimo posto di allora.
Quella notte, tolsi la stampa dalla parete e la trattenni tra le mie mani, memorizzando scrupolosamente ogni piccolo particolare.
Fissai la stampa di Yalta affacciata sul Mar Nero, dentro la mia mente e, d’improvviso, mi sembrò che l’immagine  prendesse vita.
Vi trovavo lei bambina, i suoi fratelli, la casetta modesta e tutta la sua infanzia, molte volte trascorsa sulle rive di quel mare, scorazzando sulla ghiaia della costa.
Allora compresi che, tutte le emozioni sprigionate dalla visione del quadro, dovevo essere fermate affinché non svanissero, perché parlavano della sua esistenza.
Sedetti al computer e, lo stavo facendo per la prima volta, decisi di iniziare a scrivere un romanzo: il suo.
Provavo l’impellente bisogno di far rivivere mia madre raccontando tutto quanto ricordavo di lei: del suo passato, della sua vita.
«Cosa stai facendo a quest’ora?» esordì mio marito preoccupato dei miei insoliti silenzi.
«Devo fare una cosa, sento che lei vuole così, adesso.» risposi, ignorando se avesse davvero compreso le mie intenzioni.
Sorprendentemente, in quella fresca notte di marzo del nuovo millennio, nacque il titolo prima di ogni altra cosa: Un cigno di nome Anna e le calzava a pennello.
Erano trascorsi pochi minuti dalla mezzanotte forse, si e no, una decina e io stavo scrivendo con il cuore, il mio primo romanzo e lo dedicavo a lei.
Quella stampa antica, che mi aveva regalato qualche anno addietro, con un gesto di assoluta generosità, non era diventato che il legame tra i suo passato e la vita condivisa insieme.
Quindi, cancellando il pianto, mi caricai di un’energia rinnovata e iniziai a mettere giù il primo capitolo.
Intenta ad osservare una tua vecchia stampa, raffigurante Yalta, vista dal mare, mi sorprendo a fantasticare, immaginando luoghi mai conosciuti che ti hanno vista crescere.
Allora scavo nei ricordi più remoti, per far riaffiorare le tue parole e descrivere nel migliore dei modi, i sentieri della tua esistenza.
A ridosso del litorale, s’innalzano verdi colline, sovrastate da cupe montagne desolate.
Sulla spiaggia, le sagome dei capanni degli stabilimenti balneari; tra le fronde degli alberi, arrampicate tra le alture collinari, fanno capolino alcune abitazioni, dall’aspetto antico. Sospinte dalla brezza marina, scivolano dolcemente vecchie barche, riflettendo le candide vele sulle onde lievemente increspate.
Istintivamente immagino te bambinella, raggirarti in quei luoghi, mescolarti tra la gente. Provo un forte desiderio di trovarmi lì e respirare profondamente l’aria salmastra del tuo paese, sentire sulla pelle le stesse sensazioni che, un tempo, ti avevano accompagnata.”
Ecco che già sentivo il dolore alleviarsi, avevo scoperto il modo per custodirla viva nei ricordi di noi che l’abbiamo amata.
Dato che, grazie al messaggio trasmesso da quel quadro, la sua storia e la sua essenza si sono ricomposte, resterà con noi e tra i posteri, ancora per tanto, tanto tempo.
Insieme alle splendide composizioni petalose, imprigionate dentro cornici d’epoca intatte e ancora d’effetto, bouquet multicolori che portano il suo nome e sussurrano memorie lontane.


domenica 13 settembre 2015

ASCOLTARE E' MAGIA




Mi sarebbe piaciuto raccontare una storia nuova, che narri di suoni e leggende sul mondo di questo insostituibile senso, invece ho deciso di analizzarlo un po’.
Udire è anche vedere, soprattutto ciò che l’occhio nudo non riesce a recepire.
Ascoltare, tuttavia è un verbo che possiede definizioni differenti: magiche.
Sentire, percepire suoni, rumori o canti. Assorbire quanto più le trombe di Eustachio, ovvero i canali uditivi, riescono a ingabbiare trasportandoli al cervello.
Suoni, puri e semplici, asettici se non vengono collegati a un altro organo sensoriale anche uditivo che è l’anima. Una collaborazione indispensabile, senza la quale saremmo tutti molto simili ai replicanti de film fantasy, privi di emozioni.
Con l’anima si acquisiscono significati molteplici e profondi, a seconda dell’intensità.
Un rumore assordante, incute panico, se non ne conosci l’origine, ti guardi attorno per capire cosa succede.
Una canzone ti emoziona, la ascolti con tutto te stesso, perché regala attimi di emozione pura, di malinconia o nostalgia. Oppure di vivace vitalità e di energia.
Un nenia, dolce e soave, all’orecchio di un bimbo rilassa il suo sistema nervoso, lo accompagna nel mondo dei sogni.
Una parola sussurrata con passione, suadente e sensuale, stimola i sensi, accelera i battiti e aumenta il calore corporeo; unisce nell’abbraccio due esseri che si fondono e si perdono nel suono delle parole d’amore, si amano: eppure è bastato un sussurro.
Ascoltare, significa ascoltare con l’anima i problemi, le esigenze di una persona cara, o anche di chi ha necessità di un conforto; solo facendolo con il cuore riusciremo a comprendere il suo stato d’animo, dimenticandoci di noi per dimostrare la nostra presenza, la nostra disponibilità.
Il latrato di un cane, il miagolio di un gatto, sono verbi che richiedono di essere ascoltati con l’anima e la mente, ed essere tradotti per comprenderne il senso.
Esistono tuttavia voci, che non hanno una vera e propria spiegazione.
Quelle sono le più intriganti. Sono dettate dall’inconscio a seconda della situazione che stai per affrontare, o che hai già avuto l’occasione di vivere. Voci che non dipendono dalla nostra volontà e che non si possono dominare: affascinanti nel loro mistero.
Terribilmente cupe, scatenano timore, paura o incredulità.
Dubiti di te stesso, convinto di rasentare la follia, rievochi persino gli insegnamenti di Freud, per raggiungere una definizione che non arriverà mai.
Quando ho perso mia madre, percepivo non solamente il suo profumo, dentro qualsiasi luogo mi potessi trovare.
Il solo pensiero di lei mi riconduceva, e lo fa tuttora, la sua voce, il suo timbro, addirittura la sua risata argentina.
Sono trascorsi quindici anni ormai, la sua voce resta sospesa come un eco, rimbalza da una parete all’altra, non appena il mio ricordo ne riaccende l’immagine.
I primi tempi, di notte venivo svegliata dal suo richiamo: «Lisa dove sei, vieni!»
Aprendo gli occhi ero consapevole della realtà, ma l’eco ripeteva ancora quella frase, la sentivo era vera concreta, le mie orecchie la comprendevano: era la sua voce.
Restando così nel dormiveglia, poi ascoltavo il silenzio; un muto vuoto di rumori di qualsiasi genere, non so se succede anche alle altre persone, mi sembra impossibile, sento e percepisco nettamente, in quel momento, il rumore del silenzio.
Esiste, non è vuoto come si pensa, ma concentra una miriade di suoni, infinitamente piccoli, sembrano lontani cinguettii, variano d’intensità anche se è comunque molto debole. Impossibile? Provate.
Al buio e a occhi chiusi, quando siete praticamente isolati dal resto del mondo, tutto è spento e voi, più che mai rilassati, percepite questa colonna sonora continua.
Fate conto di trasformare un firmamento tempestato di stelle riducendole in suoni. Lievi, impercettibili, ma esistono e sono lì, vi accompagnano sino a che non sprofondate tra le braccia di Morfeo.
La sensazione preferita me la regala il rumore del mare, quello che magicamente, se accostate una conchiglia all’orecchio, viene replicato, quasi vi fosse racchiuso dentro. Che strano fenomeno! Quale potrebbe essere il suo senso?
Mi adagio sulla spiaggia deserta, meglio se all’imbrunire, quando piccole onde si alzano e  s’infrangono sul bagnasciuga, più grandi per via dell’alta marea, e suonano.
Bisbigliano una melodia che sembra una canzone, l’animo si apre e respira: ahhh che meraviglia!
Pare un amplesso l’incontro del mare con la battigia, mentre lo sguardo si posa all’orizzonte dove il cielo baciato dal mare, spegne il suo rossore assumendo un colore magico, indefinibile.
Quello è il suono dell’estasi, ti avvolge e ti rapisce, conducendoti per mondi lontani dove i suoni sono armonie meravigliose e ti colmano di emozioni aliene, sempre nuove e ti abbandoni come in un sogno, inerme e leggero a quello che è il suono della vita.


sabato 22 agosto 2015

SOGNO


  
Sogno,
riflessioni sovrapposte
sfocate emozioni,
si librano immagini confuse,
s’intrecciano
nei ricordi d’un mondo lontano.

Restano,
donando memorie e tormenti,
dentro uno sfuggito
alito di tempo.
Si eleva dal cuore angosciato,
tremante lo accende
delle materne fragranze.

Sfiora l’immagine,
appare e scompare,
la invoca, si perde nell’aria,
svanisce.
Ecco, gioca e riappare,
è un raggio di luce.

Quaggiù è l’anima tua,
non vaga nell’ infinito,
ove s’immagina,
chi invoca ancora quel nome.
L’energia del tuo spirito,
fluttua nel tempo
un gesto, un suono
una distante melodia.

Pareti su cui impresse figure
simili a orme lasciate,
testimoniano l’essenza tua,
immortale.






venerdì 21 agosto 2015

LA MIA VORAGINE



Stavo per essere risucchiata in questo vuoto, l’elemento onnipresente, che ha plasmato il mio modo di essere, nel tentativo di riprendermi ciò che mi spettava, cancellando un’ombra invisibile, deleteria.
Una voragine, un buco nero, una sorta di pozzo di cui non conosci la profondità e non riesci a riempire.  I suoi significati sono infiniti.
Oggi, all’improvviso ho definito in modo chiaro e lampante,  il mio vuoto esistenziale.
Un’immensità satura delle mie emozioni, dei miei patimenti, colma delle domande precipitate in quel baratro, da che sono nata, alla ricerca delle mie radici.
Arduo è giustificare il senso di ciò che mi è stato ingiustamente tolto.
Radici a metà, un’identità ibrida,  per cui da sempre ho pensato di dovermi guadagnare l’attenzione del prossimo, accondiscendendo, facendo crescere la mia generosità a dismisura.
Oggi ho inteso ancora quel malessere infinito che mi ha inseguita: una sensazione dolorosa. Un’angoscia che ti proietta al di là di un muro, dall’altra parte della sponda di questo vuoto oscuro, dove tu resti sola in attesa che il prossimo, almeno per un attimo, si ricordi chi sei e ricambi i tuoi sentimenti, le tue attenzioni, aiutandoti a oltrepassare quell’abisso.
Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della morte di mio padre, colui che ha preferito crescere sulle sue ginocchia, la bambina nata dal secondo matrimonio, aprendo Facebook sono incappata nel pensiero di quella che ormai è donna matura, nella fotografie di loro due insieme, molti anni fa. Oh sì, lei ha pieno diritto di dedicargli così sentite parole, di ricordare i loro momenti speciali, incurante senza colpe, del dolore che, alle soglie dell’età che conduce al declino, non ho ancora cancellato, del vuoto che mi ha tolto un pezzo di dignità. 
Cosa potevo dire? Nulla, oltre a un silenzioso “mi piace”. 
In vita l’ho incontrato in rare occasioni e solo per qualche istante. Intimidita, non osavo neppure guardarlo, trovando unicamente il dono di questo senso di nullità.
L’ultima volta, la più drammatica, perché nonostante tutto l’ho amato attraverso i racconti di mia madre, nella camera ardente.
Prematura scomparsa, mentre avrei ancora desiderato porgli le domande che sono sempre precipitate nel vuoto, per via della mia discrezione.
Intanto lo osservavo inerte e bello, elegante nel suo gessato blu, perfetto. Nella mente ancora gli domandavo perché non ho meritato quel diritto. Non ho provato mai il piacere di toccarlo, abbracciarlo, di sentire il calore di una sua carezza. Avrei voluto baciargli la fronte, accarezzarlo per sincerarmi che fosse davvero esistito, che non fosse un fantasma. 
Non ero sola e, come una stupida, mi sono sentita in imbarazzo  di nuovo non ho osato. Ancora una volta non ho pensato a me, ma all’effetto che avrebbe avuto il mio gesto sulla sensibilità di mio marito, che mi è sempre stato accanto.
Allora ho riempito i miei occhi non solo di lacrime, ma della sua immagine, memorizzandola  minuziosamente.  Trattenendo il pianto, ho colmato per qualche minuto la fredda solitudine che lo circondava.
Perdonando i suoi errori, commiserandolo perché  nonostante tutto era lì da solo, lasciato sprofondare in un vuoto che sapeva di abbandono, di scarso amore, lo stesso vuoto mio.
Non lo avrei trascurato io, sarei rimasta lì accanto a lui, prendendomi un po’ di quel tempo che troppe volte mi è stato negato.
Questo vuoto si completerà, quando il destino deciderà e precipiterò dentro il suo buio devastante e profondo io stessa, ritrovando tutte le sensazioni e le perplessità di una vita. Forse, sarà allora che troverò risposta ai miei perché, risalendo in alto finalmente leggera, raggiungendolo là, dove adesso è sereno.

mercoledì 8 aprile 2015

TEMPI SERENI INSIEME

TEMPI SERENI
Sovente mi capita di viaggiare a ritroso nel tempo, ricordando momenti regalati da trascorsi minuti di ingenuità e gioia infantile.
Ritornare alle ore vissute a immaginare il proprio futuro, progettando chissà quali avventure, con le idee chiare sul nascere, pronte a essere sostituite con nuove prospettive, il modo più sereno di vivere la mia fanciullezza.
Ero come avvolta da un abbraccio protettivo, caldo e affettuoso. Conscia di potermi fidare, non temevo i cambiamenti, grazie alla generosità di due persone straordinarie: i miei nonni.
La mia storia ingarbugliata di bambina, ribaltata da una parte all’altra della città, per consentire a mia madre di lavorare, mi aveva improvvisamente inserita in una famiglia di persone estranee, animate dall’unico desiderio: prendersi cura di me.
Inteneriti dalle vicende di una donna giovane e bella, giunta da lontano e senza più radici ne qualcuno che potesse darle aiuto, si offrirono spontaneamente di pensare alle mie esigenze e, in un certo senso anche alle sue, per nostra fortuna.
Una sorta di adozione, stipulata con una stretta di mano, lealmente e affettuosamente mantenuta sino alla fine dei loro giorni.
Non erano nonni legittimi. Nessun legame di sangue, scelti e amati perché meritevoli di essere ricambiati, proprio per il loro modo di manifestare i sentimenti.
Mi vennero a far visita in compagnia di mia madre, conquistati e incuriositi dai suoi racconti.
Fu un colpo di fulmine. Vivevo in un collegio per bambini orfani o con genitori in difficoltà. Mi aveva inserita lì mia mamma, quando avevo poco più di un anno.
Mio padre si era rifatto un’altra vita, disinteressandosi di me e lei cercava di ricostruirsene una nuova come meglio poteva, ma da sola non riusciva a badare al mio fabbisogno. Prese questa estrema decisione, anche se a malincuore.
Quando mi condussero a casa loro, i nonni erano colmi di entusiasmo. Non avevano avuto figli e ormai alle soglie della vecchiaia, sprigionavano un’euforia palpabile, lo ricordo ancora. 
Il primo giorno fu traumatico per me: avevo poco più di tre anni.
Coccolata e guidata, educata alle responsabilità sin da piccola, in modo che imparassi da sola come comportarmi, cosa decidere.
Dialoghi confidenziali e battute in allegria, si respirava un’atmosfera semplice e genuina.
Non vivevamo nel lusso, non mi fecero mancare mai nulla; accettarono anche una sorta di zoo casalingo. Amavo gli animali me lo trasmise la nonna, quindi mi fu consentito di accoglierne diversi.
Un porcellino d’india, i canarini, pesci rossi tra i più longevi che abbia mai conosciuto. Un simpatico gatto grigio e un barboncino, compagno ideale della mia adolescenza.
Addirittura un pulcino, che in seguito divenne un gallo, il cui canto mattiniero metteva a disagio i nonni nei confronti del vicinato. Dovettero liberarsene.
In questo mondo tanto cinico, dove i sentimenti sono un difetto, una debolezza da nascondere per non essere derisi e l’onestà è una parola in disuso, esattamente come il buon vecchio libro “Cuore”, che tanto significò un tempo. Il sistema maleducato e violento, di una società frenetica e insensibile, mi stupisce riflettere quanto fossero diverse le mie giornate di allora.
La cortesia e la disponibilità verso il prossimo, erano consuetudine. Nessuna critica o giudizio, sempre massimo rispetto per chiunque. Se capitava qualche argomento inconsueto, se ne parlava, mi veniva spiegato con una semplicità, che trovavo naturale condividere.
La nonna, con le sue storielle, dispensava allegria a tutti, vicini di casa compresi.
Se qualcuno era in difficoltà, aveva sempre pronta una parola di conforto e lo accoglieva a braccia aperte offrendogli tutta la sua attenzione.
Organizzavamo piacevoli gite domenicali ai piedi della collina, andando a cercare trattorie tipiche, dove gustare specialità piemontesi.
Si passeggiava lungo gli argini del Po, che emanava quel odore tipico dell’acqua di fiume, che a me sembrava mare. Intanto il nonno mi raccontava della sua giovinezza, le sue avventure da emigrante rientrato dal Venezuela.
Mi raccontavano degli sforzi per aiutare persone perseguitate, che avrebbero rischiato la pena di morte, se fossero state arrestate.
Nonna ospitò in soffitta un partigiano per molto tempo, agli esordi dell’ultima guerra.
La sera, quando la televisione trasmetteva programmi che il nonno non riteneva adatti a una bambina, si giocava a dama o a tombola.
Diversamente, dato che nel piano dello stabile, eravamo gli unici a possedere un televisore, i vicini si riunivano tutti nella mia camera, a seguire “Lascia o raddoppia” presentato dall’allora giovane debuttante Mike Bongiorno.
Carosello” era il mio programma preferito, come per la maggior parte dei bambini.
Nel periodo natalizio, mi accompagnavano a vedere i film per bambini. Ricordo il primo: “Marcellino pane e vino” quante lacrime versate.   
Una bambina serafica e tranquilla, diventata il collante, il legame tra il nonno e la nonna, quella scintilla che ormai avevano perso la speranza di vivere, il loro futuro rinato.
Per me invece, una ricchezza interiore assorbita, metabolizzata: la mia oasi serena. Un luogo del cuore, dove mi rifugio ancora per ritrovare i sapori di un clima familiare perduto.
Sono trascorsi moltissimi anni, ho molte difficoltà, nell’era in cui siamo, a trasmettere ai nipotini certi valori. Ormai è tutto cambiato. L’atmosfera natalizia è un grande business consumistico, ci
si preoccupa esclusivamente dei piaceri materiali.  
Scaldava il cuore, dopo la cena della vigilia, recarsi alla messa di mezzanotte, respirando un’atmosfera magica, condivisa con la gente, un momento di pace e preghiera.
La serenità genuina di allora è sfumata, svanita lasciando spazio alla nevrosi, sempre in agguato. Il rispetto per il prossimo è latente e sono io a sentirmi straniera nel mondo.
Quando voglio ritrovare quegli anni mi rifugio a pensare, poi racconto tra le righe di ciò che scrivo, tutta la serenità di cui ho fatto scorta e di cui mi nutro ancora, nei momenti bui.

giovedì 29 gennaio 2015

I TUOI GIORNI DELLA MEMORIA



Impaurite, stipate come animali da condurre al macello, vi sistemarono sui convogli di quel vecchio treno, insieme ad altre centinaia di persone come voi, ...senza più identità. Iniziaste un lungo viaggio verso l’ignoto.
Talmente confuse, quasi paralizzate, impotenti, di fronte agli avvenimenti susseguiti tanto rapidamente, da lasciarvi attonite, incapaci di reagire.
Il freddo pungente che vi aveva aggredite nell’attesa di salire sui vagoni, si era placato. Pigiati così, l’uno all’altro, riuscivate ad alleviare il disagio. I miseri stracci indossati, non avrebbero potuto proteggere a lungo il fisico, già indebolito dagli stenti.
Ora comprendo il motivo per cui mal tolleravi la confusione e la folla! Il trauma di simili esperienze, resta indelebile, impresso nell’anima, nella mente e nel corpo.
Trascorsero alcuni giorni, prima che arrivaste a destinazione.
Praticamente senza cibo, l’acqua razionata, offerta con scherno dai soldati delle truppe tedesche che vi scortavano.
Giunte alla méta, quell’orrendo campo di baracche, apparve ai vostri stanchi sguardi, quasi un miraggio.
Sfiniti, bisognosi di un po’di riposo e di una “ripulita” che vi desse un aspetto più umano.
Vi assegnarono le postazioni e le brande per dormire. Il pasto sussisteva in una zuppa a base di cavolo nero, dal sapore discutibile, accompagnato da un pezzo di pane di segala, bisognoso di una “strizzata”, che lo rendesse commestibile. Lo cedesti a un compagno, con disappunto di tua sorella.
Quattordici anni esile, il fisico acerbo. Ne dimostravi al massimo una decina e, non essendo ancora sviluppata, la tua fragile figura ricordava più le sembianze di una bambina: suscitavi tenerezza.
I compagni di prigionia, cominciarono a dimostrare particolare sensibilità e riguardo nei tuoi confronti. Diventasti una sorta di mascotte. Forte del tuo aspetto mingherlino e dello sguardo apparentemente ingenuo dei tuoi vispi occhi dorati, fosti subito consapevole che quella sarebbe stata la tua carta vincente.
Per l’appunto, riuscisti a farti esonerare dai lavori più pesanti. Vera, fu meno fortunata.
Era davvero graziosa e non vi somigliavate. Più alta di statura, si distingueva per i lunghi capelli neri, luminosi e lisci, perennemente raccolti sulla nuca. Delicata nell’esprimersi e, diversamente da te, alquanto timida. Saggia e posata, nonostante la giovane età, suscitava le attenzioni dei giovani compagni, che sentendosi a disagio, cercava di evitare.
Foste accompagnate in fabbrica. Dodici ore al giorno di duro lavoro, senza tregua. Tu, assegnata ad una macchina per la rifinitura di divise e accessori militari.
Breve pausa per il pranzo, insipido, disgustoso e scarso di proteine. Lo lasciavi regolarmente praticamente intatto.
Successivamente, tornata alla tua postazione, venivi colpita da attacchi di sonno, gli occhi faticavano a restare aperti. Fosti ammonita più di una volta, dal caposquadra tedesco del reparto, a questo proposito. Purtroppo, questa debolezza ti costò cara, diventando la causa di un serio infortunio.
Un giorno, il dito medio della mano sinistra, rimase intrappolato nel meccanismo della cucitrice. L’unghia e parte del dito, sembrarono distrutti, irrecuperabili. Ci volle parecchio tempo, perché guarissero. Come conseguenza dell’accaduto, ti rimase l’insolita crescita dell’unghia, divisa verticalmente, a metà.
Continuasti, ciononostante, ad occupare lo stesso posto.
Cominciasti a familiarizzare con l’ambiente, imparando a comunicare anche in tedesco.
Ogni tanto, giungevano da Yalta, nuovi prigionieri, messaggeri di notizie più “fresche” del vostro paese.
Le donne, alloggiate in baracche separate, riuscivano, durante il tempo libero, a confezionare degli indumenti, con vecchie lenzuola o da vecchie coperte, capi più pesanti. Si presentò l’opportunità, in questo modo, di rispolverare le tue “esperienze” sartoriali di un tempo.
Il cibo sempre dannatamente scarso. Costretti a rovistare tra i rifiuti della cucina dei soldati, recuperando bucce di patate o resti di ortaggi che cucinati, potevano ancora tramutarsi in qualcosa di commestibile.
La domenica, riunendovi con gli altri, riuscivate anche a divertirvi un po’. Un prigioniero suonava l’armonica a bocca così, segnando il tempo con le mani, davate sfogo alla vostra giovane età, ballando per dimenticare quella spaventosa situazione. Questi attimi ti offrivano l’illusione di condurre una vita normale. Ma dentro di te, quanta sofferenza e nostalgia!



martedì 20 gennaio 2015

SAGGIO SCOLASTICO1960

Boutique fantasy, questo il nome del primo balletto, quello in tutù bianco, tuo orgoglio e gratificazione. Un gruppo di bambine, armate di buona volontà, contagiate dalla tua stessa passione.
Avevi messo l'anima e tutta te stessa per stupire e c'eri riuscita, oltre ogni dubbio. 
Lasciasti tutti a bocca aperta, si parlò di questo evento per settimane. Io più che mai mi sentivo importante. Per quello che sentivo dire sul tuo conto. Finalmente ti eri presa ciò che ti spettava di diritto. Rispetto e ammirazione per le tue qualità artistiche. Il tuo gusto innato.








La prima ballerina, davvero fantastica.



Le bambole. Deliziosa coreografia sulle note della danza delle ore.
Davvero simili a bambole, si muovevano sul ritmo incalzante e delicato della "Danza delle ore". Tutti i costumi, cuciti personalmente da te.
Il gruppo delle Geishe nei variopinti Kimono.
 





 
 
 
Le "geishe" curate nei minimi particolari. Sempre e solo con le tue mani, costumi, scelte dei tessuti e accessori, oltre alle musiche di base. Coreografia studiata da te, sulle note della "Madame Butterfly" .
Le morette, calzamaglia e gonnelle in rafia.


Le armene, vestite in moiré rosa.